28 Novembre 2017

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Non è per la soluzione per l'oggi, ma è la promessa di una luce in fondo al tunnel, quasi letteralmente: nanoparticelle che reagendo alla luce rendono di nuovo efficaci gli antibiotici che ormai non funzionano più contro le infezioni batteriche.
Il problema degli antibiotici e dei batteri antibiotico-resistenti è noto e serio:  molti batteri si sono trasformati in superbatteri, chiamati così perché resistenti a uno o più antibiotici (anche fino a venti molecole differenti). Il Neisseria gonorrhoeae che causa la gonorrea, per esempio, sta diventando resistente agli antibiotici.  E così decine e decine di altri patogeni. In alcuni ambienti scientifici c'è addirittura chi ha ipotizzato che ci sono, o che ci saranno presto, batteri inattaccabili da qualunque antibiotico.

Sul fronte delle infezioni batteriche l'umanità nel suo complesso è ormai quasi disarmata, e la cosa sorprendente è che tutto ciò è avvenuto in pochi decenni.
Lavoro di squadra. I patogeni antibiotico-resistenti (i superbatteri) adattano metabolismo e risposta genetica per aggirare l'aggressione dell'antibiotico e renderlo inoffensivo (inutile).

La soluzione a cui hanno lavorato chimici, biologi e bioingegneri delle università del Colorado (Denver e Boulder) si basa su un doppio attacco in contemporanea, su due fronti differenti.
Da una parte l'antibiotico, dall'altra le nanoparticelle che, attivate dalla luce (il Sole, l'illuminazione di una stanza...), stimolano nelle cellule la produzione di superossido, un composto dell'ossigeno usato dal sistema immunitario contro i microrganismi patogeni. A questo punto i batteri, benché super, sono incapaci di una risposta coerente sui due fronti e ciò rende efficace l'azione dell'antibiotico, anche se di vecchia formulazione.

In questo studio il partner tecnologico dell'antibiotico è un semiconduttore (concettualmente simile a ciò che fa funzionare tv, celle solari, computer...) 10.000 volte più sottile di un capello umano, che «si potrebbe assumere con l'antibiotico stesso o in molti altri modi, compreso l'aerosol», affermano i ricercatori. Per adesso però il metodo è stato testato solo su colture di laboratorio e animali di riferimento (nematodi, ovvero dei "vermi"). I test sono stati condotti su numerosi e diversi ceppi di batteri antibiotico resistenti, gram-positivi e gram-negativi, dall'Escherichia coli alla salmonella e allo Staffilococco aureus resistente alla meticillina (MRSA), con vari gradi di resistenza (da 2 a 20 differenti molecole antibiotiche).



La percentuale di successo è stata dell'80%, ma, afferma Prashant Nagpal, chimico e bioingegnere, «riteniamo che sia solo questione di trovare la dose giusta per ogni patogeno per arrivare a "costruire" rimedi su misura ed efficaci nel 100% dei casi».

Anushree Chatterjee (ingegneria e scienza dei materiali, nel team dei ricercatori) si mostra ottimista: «Con adeguati finanziamenti potremmo avviare rapidamente i test sugli animali e arrivare ai trial clinici, ossia i test sugli esseri umani, nell'arco di un paio di anni».
Da molto tempo non ci sono più progressi nella ricerca per nuovi antibiotici e più tempo passa più restiamo indietro in questa corsa contro i batteri, sempre più veloci nel mutare in nuovi ceppi indifferenti agli antibiotici.

«Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la resistenza agli antibiotici non è un ipotetico scenario futuro, è proprio una realtà di oggi», conclude Chatterjee: «i ceppi batterici che abbiamo usato nei test non li abbiamo creati in laboratorio: sono quà fuori, in Colorado, e l'unica cosa che impedisce loro di diventare una pandemia è che sono poco diffusi, per adesso.»

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